Fatta salva quindi l'evoluzione in senso conciliatorio intravista ne L'isola dei sopravvissuti, lo Zombie è e rimane un abominio da estirpare. Non dobbiamo dimenticare del resto che il nostro non morto, al contrario degli altri componenti della famiglia, le mummie e i vampiri, porta su di se il marchio della putrefazione che non è affatto il primo necessario passo del processo generativo "alchemico". Essa è una condanna eterna che ha inizio al momento della trasformazione in creatura non morta quando il tempo si ferma e lascia il corpo in uno stato di perenne decomposizione.
L'interruzione del ciclo alchemico esclude ogni possibilità di evoluzione verso la rinascita, lo Zombie si trova bloccato in un eterno "Nigredo", gli elementi che dovrebbero separarsi per essere disponibili ad un nuovo inizio sono invece condannati a rimanere in uno stato intermedio, una putrefazione che non consuma ma sfigura il corpo che, come insegna la tradizione egiziana, non può più essere riutilizzato in una nuova vita e l'anima quindi è perduta per sempre. Dal momento che della contaminazione del corpo da parte della "putrefazione" ne sono responsabili coloro che hanno preparato il corpo per il rito funebre (gli imbalsamatori) , potremmo pensare quindi che uno Zombie nell'antico Egitto sarebbe stato scambiato per un'anima in collera, non correttamente imbalsamata, che esigeva vendetta tormentando i vivi e cercando di impedire loro l'accesso all'aldilà attraverso la stessa condanna da lui patita, la putrefazione.
La nostra cultura, al contrario dell'egiziana, si limita a garantire l'immortalità dell'anima attraverso il suo distacco dal corpo e l'ascesa verso il perenne "Albedo" del paradiso, ma in questa evoluzione non è coinvolto il processo alchemico, la materia non è nobile in quanto parte necessaria di un processo generativo, essa è corruttibile e disgustosa. Davanti al regno di "Dite" la nostra cultura tira un solco incolmabile tra la purezza dell'anima incorruttibile e il corpo che si avvia alla decomposizione poiché composto esclusivamente da vile materia e non più da spirito, questa scissura spinge in alto l'una e sprofonda nell'oscurità della terra l'altro, lontano dallo sguardo dei vivi e confinato dentro solide tombe racchiuse dietro alte mura.
Come abbiamo avuto occasione di ripetere, lo Zombie è un offesa e non ha più niente dell'anima pura che lo abitava prima della morte, l'anima del defunto è salva; lo Zombie non è l'animo in collera dell'antico Egitto, che per altro ha molti punti di contatto con taluni fantasmi, yūrei, della tradizione giapponese, ma è esclusivamente vile materia che risorge come bestia, animale che rivolge i suoi denti aguzzi contro l'uomo per divorarlo e condurlo all'ignobile destino di cui abbiamo già parlato.
Quindi lo Zombie senz'anima, tornando dal mondo dei morti, non ha alcun altro scopo se non mangiare, egli ci dimostra di non avere neanche più l'intelletto dell'umano che fù, si è ridotto a "materia" putrescente e affamata. Dobbiamo necessariamente combattere questa bestia per ricacciarla oltre le "mura cimiteriali" ma come possiamo uccidere ciò che è già morto? Le sue membra non possono essere danneggiate perché sono già in putrefazione, l'unica cosa che possiamo fare è fermarla danneggiando il luogo che sovrintende a tutte le residue funzioni "vitali", il cervello.
Le attività residuali del cervello che permettono allo Zombie di agire sono minime, anche se nell'ultima evoluzione filmografica le cose sono un po' cambiate (La terra dei morti viventi - USA, 2005), egli pertanto può essere soltanto una "bestia" che, per un macabro scherzo del maligno, ha le lontane sembianze dell'essere umano se pur trasfigurate dalla putrefazione.
Questa visione dello Zombie a mio parere è, in ultima analisi, una difesa che opponiamo al fatto di poterci realmente identificare in un non morto, non possiamo essere Zombie e non possiamo permetterci che anche soltanto la sua presenza metta in dubbio la nostra perfetta diairesi tra anima e corpo.
Lo Zombie deve necessariamente essere eliminato, non già quindi con riti magici o esorcismi inutili su di un corpo senza l'anima, ma piuttosto con un colpo alla testa dove il residuo cerebrale continua la sua attività, quasi volessimo distruggere anche l'ultima parvenza di quell'organo che in vita ci conferiva la razionalità e che, essendo di vile materia, non ha potuto seguire l'anima. Meglio distrutto che complice della bestia.
Ricordatevi la modalità di eliminare gli Zombie, nei prossimi articoli verrà paragonata a quelle per l'eliminazione di vampiri e mummie per cominciare a marcare un confine tra le differenti figure di non morto.
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lunedì 14 marzo 2011
domenica 13 marzo 2011
Quali non morti?
L'ultima volta ci siamo lasciati con la promessa di avviare un confronto tra i differenti tipi di "non morti", cercando di interpretare le motivazioni profonde che li hanno strappati da un "aldilà" per condurli fino alle nostre porte.
Intraprendiamo quindi il nostro percorso sulla morte che cammina osservando alcune peculiarità della grande famiglia degli Zombie, apparsi ultimamente anche nei sogni del Dott. House.
Perché gli Zombie catturano il nostro interesse cosi da renderli i primi attori in questo viaggio?
Cosa rappresenta uno Zombie, o meglio l'orda di Zombie, per la nostra cultura?
I nostri Zombie sono stati utilizzati, come già indicato in "chi stiamo osservando", sia nel primissimo lungometraggio del 1932 che poi nei film di G. Romero come mezzo per criticare la società, da schiavi nelle fabbriche a massa priva di volontà e spinta soltanto da istinti, capaci inoltre di tirar fuori il peggio da chi morto non lo è ancora. Un esempio chiarificatore lo troviamo nelle ultime scene de La notte dei morti viventi, primo film della saga romeriana, dove gli Zombie diventano il bersaglio di una caccia a sfumature addirittura raziali, un K.K.K. del "non morto", attività della quale anche la sopravvissuta alla "notte" rimane disgustata.
A mio avviso il significato degli "Zombie" in quanto tali è molto più complesso di una semplice allegoria di protesta, per prima cosa rappresentano la figura più simile ad un essere umano che troviamo nella costellazione non morta, essi sono l'Altro differente, sul quale si riflette la potenza simbolica dell'immagine che per definizione vede nell'alterità "aliena" ciò che minaccia e mette in dubbio le certezze su noi stessi (Fabio D'Andrea, L'Io ulteriore, Morlacchi Perugia 2004, p. 85).
Questa alterità conflittuale, presentata in modo chiarissimo da F. D'Andrea, nello Zombie viene ad essere ulteriormente potenziata. L'immagine del "non morto", nostro alter-ego, si trascina dietro una pletora di significati, l'Altro Z. è "morto" non soltanto per l'assenza dei parametri vitali, egli è morto in quanto negazione della razionalità umana. Rappresenta tutto ciò da cui fuggiamo e tutto ciò che vogliamo esiliare oltre i luminosi confini del nostro mondo che vorremmo incontaminato e immortale.
Lo Zombie non ragiona, non ha più il dono dell'intelletto, è inutile quindi porsi il problema della presenza o meno di un anima nella creatura, non è forse vero che senza razionalità l'animo o semplicemente non è presente o comunque si riduce ad una inutile appendice residuale?
I "figli" cinematografici di Romero osano, nella loro irrazionale stupidità, oltrepassare i muri che abbiamo eretto tra noi e il mondo dei morti. Abbattono virtualmente, e nella filmografia anche fisicamente, le barriere che dovrebbero separarci dall'accettazione della nostra finitezza, dall'imperfezione della creazione ovvero dalla nostra caducità e più cerchiamo di barricarci nelle nostre case più l'orda aumenta e si fa minacciosa.
La minaccia non deriva in linea esclusiva dal ricordarci che un giorno dovremo essere anche noi dei morti, la minaccia Zombie si appropria del potere fondante dell'immagine e si trasforma in fauci armate di denti aguzzi, pronte a stritolare ed a mordere e non nella semplice bocca che inghiotte e succhia (Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell'immaginario, Dedalo, Bari 1972, p. 76).
L'orda divora la vita, non la offende solo con la vista di ciò che dovrebbe essere un tabù chiuso dietro alle possenti mura dei cimiteri, la violenta nella carne con i denti e attraverso questo macabro rituale la trasforma a sua volta in carne "non morta", condannandola ad un eterno vagare antropofagico.
Questa orda che non uccide ma trasforma l'uomo in creature immonde, antropofaghe e prive di intelletto, compare all'improvviso come provenisse dal niente, dall'abisso biblico dal quale, nell'apocalisse di Giovanni, si liberano cavallette simili ad uomini ma con denti di leone.
Lo Zombie incarna quindi tutto ciò che tentiamo di nascondere a noi stessi, egli esce dalla nuda terra ricordandoci che la morte fa parte della vita, ci mostra il nostro "io ulteriore" irrazionale, profana i luoghi sacri (case, centri commerciali, intere città...) e quel che più ci ripugna viola la sacralità del corpo con i sui denti, divorando la carne e infettandola con il morbo che trasforma l'uomo in tutto ciò da cui da sempre vorrebbe fuggire.
Se fino ad ora abbiamo dipinto gli Zombie come alieni, come il lato oscuro da estirpare, dobbiamo adesso tentare una ricucitura dello strappo tra uomo e Zombie, tra vita e morte, avvicinandoci alla visione maffesoliana del rapporto tra "bene e male", pienamente espressa ne La parte del Diavolo.
In questo compito ci viene in aiuto, ancora una volta, il padre degli Zombie moderni G. A. Romero. Nel suo "L'isola dei sopravvissuti" cerca a suo modo di trovare un punto di contatto, una possibile convivenza tra uomini e Zombie, un patto di non aggressione nel quale lo Zombie riesce a cibarsi di animali e non più di carne umana.
Durante tutto il film si assiste ad una netta diairesi tra i fautori dello sterminio degli Zombie e i sostenitori della possibile convivenza, una sorta di riabilitazione del male ovvero di sua integrazione nel ciclo stesso dell'esistenza, una necessaria (e non soltanto possibile) convivenza tra le due facce della stessa essenza. Lo Zombie alla fine rimane sì crudele, morde addirittura la carne della sorella, ma allo stesso tempo è innocente e non si macchia della morte, cosa che invece fa il padre nei confronti della figlia per la quale non accetta la trasformazione a seguito del morso.
Lo Zombie accetta di cibarsi della carne degli animali e lascia l'uomo in una situazione di dubbio e paura, in bilico tra l'accettare l'esistenza contemporanea di bene e male o negare invano quest'ultimo subendone necessariamente il violento risveglio.
Intraprendiamo quindi il nostro percorso sulla morte che cammina osservando alcune peculiarità della grande famiglia degli Zombie, apparsi ultimamente anche nei sogni del Dott. House.
Perché gli Zombie catturano il nostro interesse cosi da renderli i primi attori in questo viaggio?
Cosa rappresenta uno Zombie, o meglio l'orda di Zombie, per la nostra cultura?
I nostri Zombie sono stati utilizzati, come già indicato in "chi stiamo osservando", sia nel primissimo lungometraggio del 1932 che poi nei film di G. Romero come mezzo per criticare la società, da schiavi nelle fabbriche a massa priva di volontà e spinta soltanto da istinti, capaci inoltre di tirar fuori il peggio da chi morto non lo è ancora. Un esempio chiarificatore lo troviamo nelle ultime scene de La notte dei morti viventi, primo film della saga romeriana, dove gli Zombie diventano il bersaglio di una caccia a sfumature addirittura raziali, un K.K.K. del "non morto", attività della quale anche la sopravvissuta alla "notte" rimane disgustata.
A mio avviso il significato degli "Zombie" in quanto tali è molto più complesso di una semplice allegoria di protesta, per prima cosa rappresentano la figura più simile ad un essere umano che troviamo nella costellazione non morta, essi sono l'Altro differente, sul quale si riflette la potenza simbolica dell'immagine che per definizione vede nell'alterità "aliena" ciò che minaccia e mette in dubbio le certezze su noi stessi (Fabio D'Andrea, L'Io ulteriore, Morlacchi Perugia 2004, p. 85).
Questa alterità conflittuale, presentata in modo chiarissimo da F. D'Andrea, nello Zombie viene ad essere ulteriormente potenziata. L'immagine del "non morto", nostro alter-ego, si trascina dietro una pletora di significati, l'Altro Z. è "morto" non soltanto per l'assenza dei parametri vitali, egli è morto in quanto negazione della razionalità umana. Rappresenta tutto ciò da cui fuggiamo e tutto ciò che vogliamo esiliare oltre i luminosi confini del nostro mondo che vorremmo incontaminato e immortale.
Lo Zombie non ragiona, non ha più il dono dell'intelletto, è inutile quindi porsi il problema della presenza o meno di un anima nella creatura, non è forse vero che senza razionalità l'animo o semplicemente non è presente o comunque si riduce ad una inutile appendice residuale?
I "figli" cinematografici di Romero osano, nella loro irrazionale stupidità, oltrepassare i muri che abbiamo eretto tra noi e il mondo dei morti. Abbattono virtualmente, e nella filmografia anche fisicamente, le barriere che dovrebbero separarci dall'accettazione della nostra finitezza, dall'imperfezione della creazione ovvero dalla nostra caducità e più cerchiamo di barricarci nelle nostre case più l'orda aumenta e si fa minacciosa.
La minaccia non deriva in linea esclusiva dal ricordarci che un giorno dovremo essere anche noi dei morti, la minaccia Zombie si appropria del potere fondante dell'immagine e si trasforma in fauci armate di denti aguzzi, pronte a stritolare ed a mordere e non nella semplice bocca che inghiotte e succhia (Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell'immaginario, Dedalo, Bari 1972, p. 76).
L'orda divora la vita, non la offende solo con la vista di ciò che dovrebbe essere un tabù chiuso dietro alle possenti mura dei cimiteri, la violenta nella carne con i denti e attraverso questo macabro rituale la trasforma a sua volta in carne "non morta", condannandola ad un eterno vagare antropofagico.
Questa orda che non uccide ma trasforma l'uomo in creature immonde, antropofaghe e prive di intelletto, compare all'improvviso come provenisse dal niente, dall'abisso biblico dal quale, nell'apocalisse di Giovanni, si liberano cavallette simili ad uomini ma con denti di leone.
Lo Zombie incarna quindi tutto ciò che tentiamo di nascondere a noi stessi, egli esce dalla nuda terra ricordandoci che la morte fa parte della vita, ci mostra il nostro "io ulteriore" irrazionale, profana i luoghi sacri (case, centri commerciali, intere città...) e quel che più ci ripugna viola la sacralità del corpo con i sui denti, divorando la carne e infettandola con il morbo che trasforma l'uomo in tutto ciò da cui da sempre vorrebbe fuggire.
Se fino ad ora abbiamo dipinto gli Zombie come alieni, come il lato oscuro da estirpare, dobbiamo adesso tentare una ricucitura dello strappo tra uomo e Zombie, tra vita e morte, avvicinandoci alla visione maffesoliana del rapporto tra "bene e male", pienamente espressa ne La parte del Diavolo.
In questo compito ci viene in aiuto, ancora una volta, il padre degli Zombie moderni G. A. Romero. Nel suo "L'isola dei sopravvissuti" cerca a suo modo di trovare un punto di contatto, una possibile convivenza tra uomini e Zombie, un patto di non aggressione nel quale lo Zombie riesce a cibarsi di animali e non più di carne umana.
Durante tutto il film si assiste ad una netta diairesi tra i fautori dello sterminio degli Zombie e i sostenitori della possibile convivenza, una sorta di riabilitazione del male ovvero di sua integrazione nel ciclo stesso dell'esistenza, una necessaria (e non soltanto possibile) convivenza tra le due facce della stessa essenza. Lo Zombie alla fine rimane sì crudele, morde addirittura la carne della sorella, ma allo stesso tempo è innocente e non si macchia della morte, cosa che invece fa il padre nei confronti della figlia per la quale non accetta la trasformazione a seguito del morso.
Lo Zombie accetta di cibarsi della carne degli animali e lascia l'uomo in una situazione di dubbio e paura, in bilico tra l'accettare l'esistenza contemporanea di bene e male o negare invano quest'ultimo subendone necessariamente il violento risveglio.
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